giovedì 10 luglio 2008

Pseudoscienze in TV: l'approccio giornalistico è adeguato?

In un post di Avventure Planetarie ho espresso perplessità sulla partecipazione del presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana a un programma TV sugli UFO. Il mio amico Andrea Bernagozzi ha scritto alcuni commenti al post e lo ringrazio per le interessanti riflessioni. Andrea è un divulgatore di grande esperienza e sta completando il Master in Comunicazione della Scienza presso la SISSA di Trieste.

I suoi commenti sono lo spunto per spiegare perché penso che, in generale, la partecipazione di uno scienziato a un programma televisivo su temi pseudoscientifici sia una "trappola mediatica". Questi programmi sbilanciano il dibattito a favore di chi sostiene tesi pseudoscientifiche. Una prima ragione riguarda un'osservazione preliminare di Andrea:
il dubbio amletico «partecipare o non partecipare» quando si tratta di dibattiti pseudoscientifici è irrisolto.
Qualunque sia la decisione, lo scienziato fa una scelta perdente. Se partecipa rischia di prestarsi a strumentalizzazioni mediatiche per favorire gli ascolti. Se non partecipa appare come un esponente di una casta che non accetta il confronto su verità scomode. Chi sostiene le pseudoscienze, invece, ha solo da guadagnare e nulla da perdere.

Un'altra ragione riguarda l'approccio giornalistico, che Andrea riassume così:
Un meccanismo base del giornalismo vuole che per ogni argomento ci siano almeno DUE VOCI. Il confronto è necessario perché il buon giornalista non è un'opinion maker, ma è un informatore. Riporta notizie e fonti sulle quali spetta all'utente, lettore o telespettatore che sia, farsi la propria opinione.

In quest'ottica più i due commenti sono DIVERGENTI, meglio è perché si dà all'utente l'impressione di essere un giornalista neutrale e perciò affidabile. Inoltro se lo spettro di informazioni è ampio, allora l'utente si sente gratificato, perché può avvalersi della sua capacità di scegliere liberamente in prima persona.
Questo meccanismo è adeguato per confronti fra persone con opinioni divergenti che però condividono gli stessi metodi, regole e standard di qualità, per esempio gli scienziati. Non sono invece convinto che mantenga la neutralità quando gli interlocutori hanno metodi e regole radicalmente contrastanti, come nel caso dell'indagine scientifica e delle scienze da cargo cult.

Quando le voci vengono messe sullo stesso piano e si è tutti uguali sul ring mediatico, come fa notare Andrea, si sottrae al pubblico un elemento importante per formarsi un'opinione completa. Se i metodi di indagine e le regole degli interlocutori sono incompatibili non basta l'esposizione di fatti e testimonianze: il metodo è il messaggio.

Lo scienziato si trova dunque in posizione di ulteriore svantaggio. Non solo al pubblico mancano spesso le nozioni tecniche di base per comprendere la discussione, ma conosce ancora meno gli strumenti concettuali e lo spirito critico della scienza, trascurati dai media e dalla stessa divulgazione.

La terza ragione per cui penso che la partecipazione di scienziati a dibattiti su pseudoscienze sia controproducente riguarda lo stile e il sempre più forte orientamento commerciale del mezzo televisivo, che privilegia il sensazionalismo e non favorisce la neutralità.

Non ho la soluzione al dubbio se prendere parte o meno ai dibattiti TV sulle pseudoscienze, che rimane irrisolto. Ma ritengo insoddisfacente l'approccio giornalistico perché non adeguatamente equilibrato, nei fatti anche se non nelle intenzioni.

9 commenti:

  1. Andrea Bernagozzi10 luglio 2008 11:28

    Caro avventuriero planetario,

    un onore sapere che i miei commenti hanno ispirato un tuo post!

    Lungi da me l'intenzione di trasformare il blog in un botta e risposta. Semplicemente, le tue notazioni mi permettono di argomentare meglio il mio pensiero.

    Il meccanismo mediatico che stiamo esaminando, il dibattito "esperti a confronto", è dato e come tale non può essere messo in discussione.

    Perché dovrebbe? Funziona, nel senso che va bene ai professionisti della comunicazione e al pubblico.

    Si tratta quindi, per usare un linguaggio scientifico, di una condizione al contorno, un vincolo.

    Proprio perché lo scienziato non appartiene a una casta, come tu ricordi, può benissimo giudicarlo inadeguato, ma non ha alcun diritto di rifiutarlo.

    Guai poi se lo facesse in nome di una presunta speciale qualificazione: chiaramente una posizione perdente.

    Immagina questo sistema applicato alla vita quotidiana, per esempio al rapporto medico-paziente. Chi sarebbe contento di un dottore che ti dice di stare zitto, perché tu non sai? Quando quello che sta male sei tu, cosa ne sa lui?

    Alla luce di quanto scritto sopra, quindi, diventa importante per lo scienziato conoscere il meccanismo mediatico così da imparare come muoversi a proprio agio in quel contesto.

    Si tratta, come tu sottolinei, di una questione di metodo! Il metodo scientifico si utilizza per individuare contenuti. Non c'è nulla di strano che per proporli ci si debba appropriare di un altro metodo.

    Anzi, è necessario che questo avvenga. Altrimenti la scienza rischia paradossalmente di restare fuori dalla società dell'informazione, della conoscenza, dell'accesso (usa il termine che preferisci), quando è grazie anche - non solo - alla scienza che abbiamo informazioni da scambiare, mezzi di comunicazione per farlo, accesso consentito a molti (non tutti, ancora).

    Qui si aprono mille discorsi e non voglio annoiare ulteriormente. Però persone ben più intelligenti di me che si occupano di sociologia della scienza e di comunicazione della scienza hanno preso di petto la questione.

    La posizione che ho illustrato, in particolare, è stata elaborata nell'ambito del dibattito attivo a partire dagli anni Ottanta del XX secolo sul Public Understanding of Science e le successive riflessioni sulla cosiddetta scienza post-accademica.

    Un tema molto sentito nella cultura anglosassone e studiato anche al Laboratorio interdisciplinare della Sissa che gestisce il Master che tu citi (anche la cortesia è metodo).

    Non è una soluzione definitiva ed è chiaro come ogni caso vada valutato singolarmente. Però i punti di cui sopra mi sembrano concetti che vale la pena condividere, insisto, per poter compiere una scelta consapevole sull'annosa questione partecipare o non partecipare.

    Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di farlo grazie al tuo blog. Il Web 2.0 è assolutamente post-accademico!

    O forse siamo già al 3.0?

    Saluti, Andrea

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  2. Caro Andrea, grazie ancora per le tue riflessioni, che sono sempre gradite.

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  3. Caro Paolo,
    mi sento di condividere in pieno il tuo pensiero. Peraltro ho letto con interesse i commenti lasciati dall'amico Andrea, che trovo stimolanti e intelligenti, e che dimostrano anche una preparazione nel campo dell'analisi dei media e delle loro caratteristiche davvero ragguardevole.

    Resto però un pò perplesso sull'effettiva applicabilità del confronto "alla pari" quando l'argomento rientra nel campo scientifico, o meglio, quando a confrontarsi sono scienza e parascienza.

    E in fondo, mentre la disquisizione accademica mantiene tutta la sua validità, l'idea che scienza e pseudoscienza siano trattate alla pari in TV porta vantaggi SOLO ai sostenitori della seconda disciplina.

    Credo inoltre che si debba considerare la differenza tra TV o comunque emittenti private e TV - media di Stato.
    Le prime sono nate per il solo scopo più che legittimo di fare utile, e quindi come tali non per forza legate a ruoli educativi e/o dove il criterio guida sia l'intento educativo dell'audience. Al Servizio Pubblico, invece, che è pagato con le tasse dei cittadini, di TUTTI i cittadini, è doveroso richiedere un ruolo educativo e formativo, insieme all'applicazione di riconosciuti criteri di rigore scientifico nella selezione e nella "confezione" degli argomenti trattati.

    Sono convinto il solo fatto di apparire in TV riveste anche teorie con lo stesso valore di una pallina di sterco di una bella patina di doratura. In una società come quella moderna, dove nonostante l'alfabetizzazione e la scolarizzazione di massa ancora serpeggiano le facili adesioni alle tesi fantasiose o complottiste di qualsiasi genere, a mio parere la predisposizione dello spettatore generico è quella di "aprirsi" più facilmente al credere cose che non hanno alcun fondamento scientifico, e spesso nemmeno di realtà.

    In questo contesto, uno scienziato ha il dovere non tanto di rifiutarsi di partecipare ad una trasmissione come quelle che stiamo commentando, ma casomai dovrebbe, come premessa, avvisare il pubblico che la scienza ha un suo linguaggio e una sua metodologia di ricerca rigorosi, la cui indispensabilità non è "trattabile" solo per essere più telegenici.

    Tracciare delle linee di demarcazione chiare è necessario. Non è spocchia ricordare ad un ciarlatano di non spacciarsi per medico, o astronomo, o storico.
    Laddove infatti lo spettatore non ha sue proprie competenze tecniche attinenti alla materia in discussione, egli non può far altro che formarsi un suo proprio giudizio valutando per quanto possibile quanto gli viene detto dagli esperti in trasmissione. In questo senso è fondamentale sapere perchè uno si può qualificare un esperto e quali sono i fattori oggettivi a supporto della sua tesi.

    Concordo poi con Andrea quando dice che "diventa importante per lo scienziato conoscere il meccanismo mediatico così da imparare come muoversi a proprio agio in quel contesto". In questo senso però non credo si possa cedere alla tentazione di essere "comprensivi" o tolleranti. Le verità scientifiche prevedono solo due stati: vero o falso.

    Io non riesco ad immaginare un "decalogo" del perfetto divulgatore scientifico: non ne ho le capacità nè la preparazione. In questo senso il contributo di Andrea e delle ricerche in corso nel campo della comunicazione scientifica sono utilissime. Tuttavia nel mio piccolo ricorro ad un esempio pratico di cosa per me sia giusta, corretta e ACCATTIVANTE capacità comunicativa in ambito scientifico. Carl Sagan realizzò una STUPENDA serie intitolata "Cosmos", che più di ogni mia aspettativa mi ha convinto, mi ha fatto capire, mi ha commosso e ora, dopo essermi visto tutte e 13 le puntate, mi manca tanto.
    http://www.youtube.com/watch?v=R7n71pm0K04

    Questi i miei due cents.

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  4. Marco, grazie anche a te per i commenti. Condivido la convinzione che gli standard di qualità del servizio pubblico debbano essere migliori di quelli della televisione commerciale.

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  5. Segnalo l'intervista al giornalista scientifico Fred Pearce di New Scientist pubblicata su Jekyll l'11 luglio 2008, in particolare la risposta alla domanda se un articolo equilibrato debba riportare più campane.

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  6. Andrea Bernagozzi13 luglio 2008 19:24

    Caro avventuriero planetario,

    ormai deciso a far sì che questo post detenga il primato di scroll delle pagine del tuo blog, prendo spunto dall'intervento di Marco per alcune precisazioni.

    Scrive Marco:

    «In questo contesto, uno scienziato ha il dovere non tanto di rifiutarsi di partecipare ad una trasmissione come quelle che stiamo commentando, ma casomai dovrebbe, come premessa, avvisare il pubblico che la scienza ha un suo linguaggio e una sua metodologia di ricerca rigorosi, la cui indispensabilità non è "trattabile" solo per essere più telegenici».

    Perfetto, questa è una possibile strategia di comunicazione che va elaborata. Proprio questo intendevo quando invitavo a studiare il meccanismo mediatico (non lo scrivo più, promesso).

    Aggiunge Marco:

    «Tracciare delle linee di demarcazione chiare è necessario. Non è spocchia ricordare ad un ciarlatano di non spacciarsi per medico, o astronomo, o storico».

    Questo è interessante, perché lo spettatore guarda il dibattito proprio per chiarirsi le idee, è quello che vuole dalla trasmissione. E ciò che rende contento il pubblico piace anche al giornalista. Però bisogna trovare la maniera di farlo secondo le regole del particolare contesto e questo implica lo studio del meccanism... insomma, avete capito, e poi l'individuazione della strategia di cui sopra.

    Continua Marco:

    «Laddove infatti lo spettatore non ha sue proprie competenze tecniche attinenti alla materia in discussione, egli non può far altro che formarsi un suo proprio giudizio valutando per quanto possibile quanto gli viene detto dagli esperti in trasmissione. In questo senso è fondamentale sapere perchè uno si può qualificare un esperto e quali sono i fattori oggettivi a supporto della sua tesi».

    Arrivare ad avere un giudizio non è un effetto collaterale della visione del programma tv, è proprio il motivo per cui lo spettatore guarda quel dibattito. Vale anche per me, eh, quando seguo un confronto tv, che so, sulla TAV non è che io so tutto, anzi.

    Occhio però a capire cosa si intenda per "competenze tecniche". Lo spettatore ha il diritto ad avere una sua idea su un tema indipendentemente dalle sue competenze. Per decidere se e come andare a votare o meno a un referendum sulla fecondazione assisitita, non è che uno deve prendere la laurea in biologia.

    So che Marco non intendeva questo, ma prendo spunto dalla sua notazione per ricordare che un classico autogoal dello scienziato in tv è sostenere che la cosa è troppo complicata per essere spiegata e quindi bisogna fidarsi di quello che lui dice perché ha studiato. Risultato: o sei antipatico o sei incomprensibile.

    Lo sforzo che bisogna fare, se e sottolineo se si va al dibattito, è preparare gli argomenti in modo che possano essere comunicati. Con tutte le difficoltà del caso, lo ammetto, ne potremmo discutere per MB di commenti. Ma si può fare e Carl Sagan citato da Marco, Carl Sagan che tutti noi amiamo, ne è proprio un esempio.

    Peraltro Cosmos non è un dibattito tv, perché ricordo che è di tale particolare contesto che stiamo parlando, non della divulgazione in generale. Neppure le opere di Pearce citato da Paolo sono dibattito tv. Di fatto sono monologhi proposti allo spettatore o al lettore.

    Per intenderci: Pearce a Top Secret sarebbe un ospite, non il conduttore. Nonostante non sia uno scienziato, tra l'altro, ma questa è un'altra storia.

    Lungi da me l'intenzione paventata da Marco:

    «In questo senso però non credo si possa cedere alla tentazione di essere "comprensivi" o tolleranti».

    Non invito lo scienziato al dibattito in tv a essere "amicone" dell'ospite che gli è contrapposto, ma del telespettatore. Già detto sopra come i confini netti sono un obiettivo condiviso da tutti gli attori in gioco al di qua e al di là della telecamera.

    Tra i confini netti, però, questo mi sembra un po' forte:

    «Le verità scientifiche prevedono solo due stati: vero o falso».

    Uhm, non sono un esperto in questo campo, ma credo che ci siano frotte di epistemologi e filosofi della scienza là fuori che su questa apodittica affermazione avrebbero qualcosa da dire... Senza offesa, Marco!

    In conclusione, tanto lavoro da fare per tutti. In attesa della televisione migliore di tutti i tempi, pubblica o privata o terza via che sia.

    Un possibile programma? GF Bignami, un reality show sul lavoro all'ASI. Sono già su YouTube!

    Tra le prove proposte ai partecipanti: andreste o non andreste a un dibattito tv sugli UFO?

    Chissà che indici di ascolto e di gradimento!

    Grazie per l'ospitalità a Paolo e per l'attenzione a Marco.

    Alla prossima occasione!

    Saluti, Andrea

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  7. Caro Andrea, su questo blog ho parlato anche di reality show sulla scienza e la tua idea di GF Bignami mi piacerebbe.

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  8. Andrea Bernagozzi26 luglio 2008 15:41

    Caro avventuriero planetario,

    mi è capitato tra le mani un volantino di un convegno organizzato dal CUN di Roberto Pinotti, dedicato alla possibilità di vita altrove nel cosmo.

    Nomi di scienziati di un certo peso per l'astrobiologia italiana tra i relatori. Nel medesimo elenco, anche Pinotti stesso.

    Il volantino riporta in evidenza la pubblicità della rivista del CUN, cosa perfettamente legittima visto che sono gli organizzatori. Peccato che in copertina ci siano omini verdi, dischi volanti e compagnia.

    Ho avuto occasione di parlare con alcuni di quei relatori e so che non sposano la tesi, che so, della statuina marziana. Però, per come è impostata la comunicazione, l'idea è che con la loro presenza confermino come ragionevole proprio quel genere di discorso, che troneggia abitualmente sulle copertine della rivista.

    Mi sembra interessante renderne conto qui, anche se non si tratta di dibattito televisivo, perché è appunto un'altra cosa.

    Mentre nel dibattito scendi sul ring alla pari, qui sei "impacchettato" in un prodotto non neutrale e il risultato è che tu di fatto avvalli qualcosa che in realtà non vuoi dire.

    Quindi, a meno che non sposi la tesi di cui sopra, che è certo lecito, nella migliore delle ipotesi sei ingenuo, nella peggiore vieni usato.

    La mia opinione è che gli studiosi siano "caduti in trappola". Ma se è così, è colpa loro, perché non hanno studiato abbastanza il meccanismo mediatico.

    Stop.

    Saluti, Andrea

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  9. Caro Andrea, condivido le tue opinioni sul convegno ufologico. Gli scienziati dovrebbero conoscere meglio i meccanismi della comunicazione.

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